Tornare da casa della propria ex con qualcosa di molto pesante dietro. «Lo scatolone» è il racconto di Federica Ceccarelli

 Tornare da casa della propria ex con qualcosa di molto pesante dietro. «Lo scatolone» è il racconto di Federica Ceccarelli

Illustrazione di Dario Licata

Pesa come un cadavere. Erano state queste le parole di Giuliana, quando aveva telefonato per dirmi che aveva chiuso le mie cose in uno scatolone e intimarmi di passare a casa sua a riprendermelo. Anzi, il tuo maledettissimo scatolone del cazzo: Giuliana l’aveva chiamato così. Una telefonata imprevista, silenzio totale prima e silenzio totale dopo.

Per un secondo avevo pensato che fosse una scusa per vedermi. Non ritenevo che la mia ex volesse passare del tempo con me, ma non potevo escluderlo a priori. Così volubile, così imprevedibile. Non avevo previsto che mi avrebbe lasciato, figuriamoci se potevo prevedere cosa avrebbe fatto ora, dopo otto mesi dalla nostra ultima conversazione. Comunque, le avevo risposto che sarei potuta andare a riprendermi il pacco il sabato seguente, e mi ero trattenuta dal chiedermi se l’avrei trovata in casa oppure no. Avevo imparato che certe domande a una come Giuliana non si possono fare.

Il sabato successivo mi vestii bene: con i jeans e il maglione di lana verde petrolio comprati di recente. Feci lo shampoo e mi truccai con un velo di blush, per sentirmi carina senza darne a vedere l’intenzione, nel caso di un incontro con Giuliana. Suonai e appresi che lei non c’era. Aveva lasciato le chiavi al suo amico Paolo, che avevo già incontrato in passato. A detta di Giuliana era un grandissimo, anche se era fidanzato con un’aspirante tiktoker dalle labbra rifatte. Eravamo uscite più di una volta a cena con Paolo e la sua ragazza tiktoker, e non avevo mai capito per quale motivo Paolo fosse un grandissimo. Quando mi aprì la porta, tuttavia, mi sentii sollevata. Almeno non mi aveva accolta la nuova fidanzata di Giuliana (sempre che ne avesse una), o peggio ancora lei in persona, con il suo ascendente terribile su di me che, ne ero certa, avrebbe fatto vacillare il mio contegno costruito a forza di pensieri sprezzanti nei suoi confronti.

Paolo tese il braccio dicendo: «Prego, entra»; credo che si stesse divertendo in quel ruolo di finto padrone di casa. La cosa mi diede immediatamente sui nervi, e lo oltrepassai senza troppi complimenti. Conoscevo quella casa meglio di lui. Un disordine indicibile, entropia di accendini posacenere libri da colorare scatole di biscotti bottiglie d’acqua borsine di tela tessere di puzzle. Il gatto saltò giù dal divano venendomi incontro, e io dovetti impormi uno sforzo sovrumano per non fermarmi a coccolarlo, sicura che sarei esplosa in un pianto singhiozzante, infantile. Chissà se il suo cervellino felino ricordava le volte in cui si era addormentato sulle mie gambe facendomi le fusa. Probabilmente no. Vidi un grosso scatolone sul pavimento della camera di Giuliana, e dedussi che doveva essere quello. Non si era presa nemmeno la briga di portarlo vicino alla porta. Cercai di sollevarlo senza risultati. Allora era vero: pesava come un cadavere. Strano, non avevo lasciato che poche cose: due libri, un profumo quasi finito, forse un paio di magliette. Nulla che potesse pesare così tanto e occupare tutto quello spazio. Paolo mi stava osservando a qualche metro di distanza, ma non si propose per aiutarmi, né tantomeno io glielo chiesi. Me la cavai facendo strusciare lo scatolone a terra fino alla porta e poi nell’ascensore e avanti così. Riservai lo sforzo maggiore per caricarlo e scaricarlo dall’auto. Uscendo, non rivolsi parola a Paolo. Non avrei potuto sopportare alcun accenno a Giuliana, e preferii andarmene prima che lui potesse pronunciare il suo nome.

Ora sono a casa, e sto fissando lo scatolone. Mi chiedo cosa ci sia dentro. Ho escluso la possibilità che contenga solo le poche cose che avevo lasciato a casa di Giuliana; razionalmente, anche se me ne fossi dimenticate parecchie (no; so benissimo quali e quanti oggetti ho lasciato lì), non potrebbero mai pesare così tanto. Prendo dallo svuotatasche il taglierino che uso per aprire i pacchi postali. Incido il nastro americano lungo le chiusure, tesa e concentrata, come un chirurgo intento ad aprire un torace. In questi pochi, fatali secondi, passo in rassegna le cose orribili e meravigliose che potrei trovare. M’immagino pile di taccuini e quaderni dalla copertina scura e rigida, le pagine fitte fitte di cose che Giuliana avrebbe voluto dirmi, parole che potrebbero devastarmi o illuminarmi l’anima, spiegazioni che non mi ha mai dato, dichiarazioni d’amore in cui avevo perso le speranze o insulti rabbiosi. Ipotizzo un giradischi e vinili trovati chissà dove, forse li aveva recuperati per strane casualità della vita e non sapeva a chi darli. O forse mi odia a tal punto da averci messo per davvero un cadavere, intenzionata a farmi finire in galera, con la complicità di quel Paolo; magari dentro c’è la ragazza tiktoker strangolata. Non è del tutto impossibile, ma è senz’altro improbabile. Razionalmente, la cosa più plausibile è che Giuliana abbia deciso di recapitarmi un qualche regalo bizzarro (un grosso vaso di porcellana?, che ne so, io non capisco nulla di porcellane) per tentare una conversazione con me. Arrivo all’assurda possibilità che ci sia lei stessa nel pacco, che si sia fatta chiudere lì dentro da Paolo e che stia respirando attraverso un foro nel cartone di cui non mi sono accorta, ma che bisogno c’era?, dico io, perché farsi recapitare a casa mia, con il rischio di non venire liberata subito, e non limitarsi a chiedermi di bere una tazza di tè da lei?, perché deve essere sempre così dannatamente enigmatica?, perché? Dopo otto mesi, ecco che mi ritrovo nella solita situazione: io che cerco di capire, e non capisco niente. Decido che ci sono davvero solo libri o oggetti che mi ero dimenticata di possedere, perché inconsciamente volevo che le rimanesse qualcosa di me, e oggi me li ha rimandati tutti indietro perché lei, invece, vuole cancellarmi per sempre. Assorta in questi pensieri allucinati, ho finito di tagliare.

Ho aperto lo scatolone: dentro non c’è niente. Incredula, tocco le pareti: è fatto di normalissimo cartone. Pesava così tanto, eppure era vuoto.

Federica Ceccarelli

Blam

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